CULTURA
LA FAMIGLIA BRILLARELLI: UNA STORIA DI EMIGRAZIONE MARCHIGIANA

 

 

Paola Cecchini raccoglie la testimonianza della signora Livia, insegnante a Civitanova Marche, su come l’emigrazione abbia segnato profondamente la sua famiglia.

“Mio nonno paterno si chiamava Nicola, è nato a Monte San Giusto nel 1881 ed è morto nel 1961. Emigrò la prima volta con sua madre Domenica Regoli in Brasile, per lavorare nelle piantagioni di caffè. Il viaggio durò tre mesi circa. Aveva sei anni. Probabilmente originaria di Montegranaro, Domenica era una donna intraprendente: per aiutare il bilancio familiare, aprì in paese una cantina-trattoria;  fece la messaggera per Roma dove andava spesso a piedi; emigrò più volte nell’America del Sud,  mentre il fratello Guido espatriò a Buenos Aires dove rimase per sempre.

Nonno Nicola emigrò altre cinque volte, sempre in Argentina: faceva il falegname presso le ferrovie dello Stato e presso i cantieri navali; per lo più lavorò nella zona di Rosario e Mendoza. Le sue assenze duravano di norma un paio di anni, poi tornava al paese dove aveva una famiglia numerosa. Nicola si era sposato nel 1907 con Elena Fedeli, originaria di Torre San Patrizio. In uno dei viaggi,nel 1908, portò con sé a Rosario anche la sorella Antonia che aveva sposato Pio Ugolini. Antonia emigrò con tutta la famiglia (sei figli) per gestire il ristorante del porto.

Gli Ugolini non tornarono più, i loro discendenti vivono a Rosario.

Nonno Nicola era noto a Monte San Giusto come oppositore del fascismo, poiché prima era stato socialista, poi comunista. In seguito alla morte di Matteotti, fu più volte minacciato e infine pestato a sangue.

Fu il podestà Tullio Pansoni, di nobile origine, a salvarlo da morte certa; lo conosceva bene e ne aveva stima perché il nonno era il falegname di fiducia della famiglia.

Nei confronti di nonno Nicola, il fascismo mise in piedi una f arsa con testimoni falsi. Si sosteneva che avesse sparlato pubblicamente del regime nel bar centrale del paese. Fu avviato nei suoi confronti un processo pubblico nella sede di Corridonia. In quella circostanza venne difeso gratuitamente dall’avv. Bruscantini (credo di Civitanova), mentre l’accusa fu sostenuta dall’avv. Magnalbò di Macerata.

La condanna al carcere era inevitabile. Nicola pensò di sfuggirla emigrando in Argentina e fu il podestà ad aiutarlo procurandogli i documenti per sé e per il primo figlio maschio, Eugenio, che aveva allora tredici anni.

Il nonno pensava di trasferire là tutta la famiglia entro breve tempo, dal momento che erano già emigrati molti suoi parenti.

Non fu così.

La partenza di Nicola ed Eugenio avvenne il 25 ottobre 1925. Mio zio Eugenio partì con entusiasmo ed allegria, viveva tutto come un’avventura. Consolò il fratello Lino, mio padre, che aveva allora dieci anni, giocando una partita a palline nella stazione di Morrovalle mentre attendevano il treno per Genova.

Restarono a Monte San Giusto Elena e sei figli : Giuseppina di diciassette anni, Lidia di quattordici, Lino di dieci, Ada di cinque, Elide di tre e Franco di un mese. Mio padre Lino, il primo maschio, divenne il capofamiglia come si usava allora.

Il viaggio verso l’America durò più di un mese e fu duro: si dormiva nelle cuccette e di giorno c’era poco spazio per camminare. Le donne, poche, accudivano i bambini. Nel luogo dove avvenne la tragedia del “Sirio” ci si raccolse a pregare.

Dopo lo sbarco restarono “in quarantena” in un grande capannone al porto di Buenos Aires, dove dormivano su sacchi o a terra. Si poteva uscire dal porto solo se richiesti da parenti o datori di lavoro. L’inserimento nella nuova realtà non fu facile per loro: il lavoro era spesso massacrante, i sacrifici duri, molti impazzivano e finivano per uccidersi tra loro.

Mio zio Eugenio andò a fare il cameriere nel ristorante della zia Antonia a Rosario; mio nonno fece il falegname per le ferrovie statali a Mendoza. Eugenio raccontava che di mattino presto andava con lo zio Pio a fare la spesa per la trattoria e percorreva un lungo viale prima in trame poi a piedi.

Lungo il percorso trovava ogni giorno dei cadaveri che non venivano presi in considerazione da nessuno; si trattava di indigeni o immigrati; per non aver problemi si doveva far finta di non vedere.

Fu in questo contesto che Eugenio scrisse una lettera alla madre che iniziava così: “Vorrei essere un uccellino per avere le ali e tornare da te”.

Eugenio e la madre non si rividero più ed entrambi vissero questo fatto come una grande tragedia personale.

Purtroppo le segnalazioni politiche e le incomprensioni con la sorella Antonia costrinsero il nonno a trasferirsi con il figlio a Buenos Aires. Qui non fu facile trovare un’occupazione e per un breve periodo si spostarono anche a Montevideo.

Mio zio lavorava e frequentava un corso professionale grazie al quale divenne un bravo meccanico, lavoro che svolse poi per tutta la vita. Per divertirsi e guadagnare qualcosa in più, svolse anche varie attività sportive.

Raccontava che negli anni Venti e Trenta al centro di Buenos Aires c’era un bar molto noto e frequentato da artisti dove si cantava e ballava, soprattutto il tango. Era il bar del signor Rosini, originario di Montegranaro. Nelle serate importanti cantavano Gardel e Nellie Omar; in quelle meno importanti si esibivano i giovani che avevano una bella voce o sapevano suonare la chitarra. Fu così che mio zio poté cantare ed essere ascoltato da Carlos Gardel che purtroppo morì poco tempo dopo.

Zio Eugenio raccontava di aver avuto una breve amicizia, forse amorosa, con Nellie Omar. Una delle frequentatrici del bar era la giovane attrice Evita Duarte che divenne in seguito la moglie di Perón.

Grazie al suo fisico prestante, zio Eugenio fece anche il manichino vivente passeggiava, cioè, nelle vetrine dei migliori negozi di abbigliamento del centro di Buenos Aires, mettendo in mostra gli abiti venduti all’interno.

Si sposò con Aida ed ebbero un solo figlio che morì poco dopo.

Dopo quattro anni di matrimonio Aida si ammalò gravemente e lui la curò fino alla morte, rifiutandosi di portarla al manicomio come tutti lo avevano esortato a fare.

Dopo la caduta del fascismo, il nonno tornò gratuitamente in Italia, in base alla legge “Nenni” sugli esiliati politici. Era il luglio del 1947 ed erano trascorsi 22 anni.

Fu molto festeggiato dai paesani ed i fascisti che tanti anni prima lo avevano malmenato, andarono a casa sua a chiedergli perdono per paura di ritorsioni.

Non avendo maturato in Argentina alcuna pensione, si rimise a fare il falegname e con i pochi risparmi riuscì a sopravvivere con la moglie. Morì nel gennaio del 1961, a 81 anni.

Mio zio e mio padre Lino si scrissero tutta la vita: la posta aveva una cadenza rituale, potrei dire ogni tre mesi. Si rividero per la prima volta nel febbraio del 1972, quando mio padre andò a trovarlo là. Erano trascorsi 47 anni.

Nel 1977 mio zio tornò definitivamente in Italia, dopo 52 anni. Visse fino al 1995 a Civitanova Marche con la mia famiglia. Decise di chiedere la pensione sociale e rinunciare a quella argentina che, a causa della svalutazione, si riduceva a poche decine di migliaia di lire.

Ricordandolo, mi dico che mio zio era partito italiano e tornato argentino: il tango e i cavalli gli fecero sempre sentire la nostalgia del Paese dove aveva vissuto tutta la vita. I cavalli, in particolare, erano la sua passione e questo rappresentò una vera tragedia, perché investì spesso tutti i risparmi, perdendoli, sulle varie corse e questo fino alla fine dei suoi giorni. Una vera malattia…”

 

 


 N o t i z i e
  CUCINA MARCHIGIANA: I VINCISGRASSI  11/09/2012

I vincisgrassi sono un piatto di lasagne al forno particolarmente ricco, visto che viene fatto con un ragù di carne di manzo e maiale e rigaglie di pollo e tanta tanta besciamella. Come per tutte le ricette tradizionali se ne trovano tantissime varianti, anzi si potrebbe dire che ogni famiglia ha la sua ricetta. Alcune varianti aggiungono carne di pollo e/o animelle di vitello al ragù, altre non prevedono l’uso della besciamella ma aumentano le dosi del ragù. I vincisgrassi sono un piatto delle feste, vista la laboriosa preparazione.

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  ABBAZIA DI CHIARAVALLE DI FIASTRA (XII SEC.) Urbisaglia (MC)  08/09/2012

Cenni storici
 

L’abbazia di Chaiaravalle di Fiastra si trova nei pressi del fiume omonimo, a ridosso dell’antico complesso archeologico di "Urbs Salvia", ossia "Città della salute", da cui deriva il toponimo di Urbisaglia, frazione di Tolentino (MC). Secondo la tradizione più comune, la chiesa venne fondata nell’anno 1142 da alcuni monaci Cistercensi provenienti dall’abbazia di Chiaravalle di Milano, su volere del duca di Spoleto e marchese di Ancona Guarnerio II. Questi monaci, inviati dall’abate Bruno in numero di 12, come gli Apostoli, giunsero in prossimità del fiume, nella bassa valle del Chienti, e rimasti incantati dalla bellezza di tali luoghi, decisero di costruire qui il primitivo nucleo.

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  CIAUSCOLO I.G.P.  03/09/2012

Il Ciauscolo, detto anche Ciabuscolo o Ciavuscolo, è il salume tipico della zona interna delle provincie di Ascoli Piceno, Ancona e Macerata. La sua ricetta tradizionale prevede la preparazione con carni delle parti meno nobili dell'animale, recuperate dalla pancetta, dalla costata e dalla spalla con l'aggiunta consistente di lardo (circa un 50% del totale, ma ci sono varianti molto più magre).
L'impasto è condito con sale e pepe, aglio e vino cotto. Insaccato in un budello gentile, è simile a una grossa salsiccia ed è lasciato ad affumicare con bacche di ginepro, per alcuni giorni prima di passare alla stagionatura che ha durata variabile ma non inferiore a 15 giorni. A volte viene praticata l'affumicatura in apposite vasche.

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